Alla deriva

Avevo le dita in silenzio stampa. Le ho guardate spesso in questi ultimi mesi e non ne volevano sapere di pigiare sui tasti. E come dar loro torto. In fondo sono articolazioni passive, mosse dai tendini che, a loro volta, non sono altro che fili tirati dal cervello. E il cervello non dava impulsi per muovere nessuna delle leve che avrebbero permesso di scrivere una riga. Mutismo totale, silenzio stampa. Che poi, già solo a nominarlo, il silenzio stampa, di questi tempi fa ridere. Sì, perché sarebbe forse stato meglio che i divulgatori di fandonie si fossero messi tutti in sciopero generale. I giornalisti, i mastini che dovrebbero spaventare i potenti, le penne affilate preposte a denunciare le malefatte degli inquilini dei governi, non solo non tacciono, ma osannano, ostentano e sostengono i loro benefattori. E quando il regime paga i suoi strilloni non può esserci contraddittorio. Meglio il silenzio stampa, almeno sarebbe più onorevole. A continuar così c’è il rischio di perdere fiducia nella verità, di chi ci si potrà mai fidare a questo punto? Beh, sicuramente non della categoria medica, o almeno non di quella pagata per sostenere il culto dell’ovvio. E quest’ovvio deve, ovviamente appunto, sostenere i dati regimentati, appiattiti e deviati, forniti direttamente dall’Alto Comando Centrale. Intanto continuate a tenervi sulla faccia quella mutanda sgualcita che vi portate appresso da due anni. Che poi, a farsela scivolare giù di un centimetro si rischia di morire. Su, su, rincalzatela fino agli occhi, e magari anche un po’ più su, fino alle sopracciglia, che forse sarebbe meglio non vedere, oltre che non respirare. I medici, forse i complici meno sospettabili di questa dittatura, quelli di cui ti fidi, in fondo maneggiano la tua salute, come si può anche solo supporre che abbiano confuso Ippocrate con Ipocrita? Hanno giurato di non recar danno, e spingono come i tori di Pamplona la gente contro i muri, li schiacciano con il loro dotto cianciare in televisione, alla radio, sui giornali, fedeli servi di chi paga loro lo stipendio e, per ora, se ne serve ancora per addomesticare le coscienze più ballerine. Sono pochi i camici che sono saliti sulle barricate, e chi lo ha fatto è stato invitato a scendere quasi subito, castrato nelle sue ambizioni rivoluzionarie, ridimensionato dallo Stato malato che avrebbero voluto curare. Già, perché di cure si tratta. Ormai le cure sono cosa superata, meglio prevenire che curare, era quello il concetto che dall’alto si sono sgolati a ripetere come il più flaccido e monotono mantra tibetano. Prendete l’OMM e declinatelo nella sequela di idiozie dette negli ultimi due anni da chi aveva diritto di parola, e non vi sarà difficile comprendere come la gente si sia ritrovata inebetita, frastornata e soverchiata dal canto di queste sirene sovrappeso, sempre più simili a leoni marini all’ingrasso che a nobili donzelle dalla coda di tonno. Le cure, le cure non servono, le cure non funzionano. Chi cura i malati a casa, chi non intasa gli ospedali, chi se la sbriga da sé va fermato. Come si può intasare un sistema se non si collabora tutti fianco a fianco? Il ministero si impegna ad impoverire la sanità pubblica, gli ospedali regrediscono come capi di lana centrifugati per ore, i servizi minimi al cittadino svaniscono e tu, maledetto medico secessionista curi a casa? Come ti permetti di non applicare il protocollo, come osi anche solo pensare al malato come ad un essere umano, diversificando cure e trattamenti? Come diamine si può sopportare il tuo rifiuto all’omologazione di pensiero? Non conta la vita salvata, povero illuso, conta solo l’uniformità di trattamento, come se tutti fossero una macchina statica dagli input predefiniti e non modificabili. Vediamo se, tanto per farti arrivare il messaggio in modo chiaro e definitivo, avrai ancora voglia di sparar sentenze contrarie alla narrazione ufficiale dopo che avrò fatto cadere qualche testa. Caro il mio Balanzone, non ci si discosta dal diktat. Se lo fai, se metti in pericolo la riuscita del piano, se non rendi fiero chi ti ha messo addosso quel camice, ti sguinzagliamo prima contro i nostri spadaccini armati di penna a sfera, poi quelli veri, quelli che non vedi subito, quelli che la gente comune non conosce, quelli che ti scavano la fossa. Non solo alla tua carriera, proprio alle tue terga, senza possibilità d’errore. Vuoi ancora curare, o forse preferisci finire come quelli che prima di te si sono ostinati a non cedere? I campisanti si riempiono sempre volentieri di martiri, fanno buon concime e occupano poco spazio, e, in fondo, meglio che le loro menti restino orizzontali, sotto terra, prive di qualunque possibilità di slanci verticali che possano risvegliare le masse anestetizzate dai loro stessi respiri combusti. Le greggi intossicate di anidride carbonica non devono credere, devono solo obbedire e siringarsi, ancora e ancora, e ancora una volta se decidiamo che serva. I nostri fedeli scribacchini avranno sempre una buona parola da spendere su quanto proponiamo, è inutile che provi ad opporti, tanto avremo sempre l’ultima parola. E tu sarai la minoranza, caro il mio camice sbiancato dalla paura, caro il mio Ippocrate sognatore. Ormai il treno della Storia è lanciato su un binario che ha un’unica destinazione, e questa destinazione è un muro di cemento armato. Umanamente parlando le speranze di poter azionare il freno d’emergenza sono nulle. Non pressoché nulle, sono proprio zero. La motrice forse rallenterà leggermente per effetto della resistenza dell’aria, ma l’impatto è più che certo. E sarà devastante. Poco ma sicuro. Ai piani alti lo sanno, stanno continuando a gettar carbone nella caldaia, e la pressione dell’acqua nel circuito ha raggiunto livelli preoccupanti, ma non basta, le guarnizioni tengono, le saldature ancora non trafilano odio, almeno non abbastanza. L’inebetito italico ancora non è esploso. Ha solo calato la manica e si è fatto punturare, zitto e obbediente. Beh, obbediente, ricattato più che altro. Se hai un mutuo, dei figli, se vuoi vivere e non soccombere ti devi far punzecchiare. Così, se hai completato con successo la tua raccolta punti, se hai tutte le dosi, le controdosi, i rinforzini e i cordiali che ti servono per far sorridere il tuo sovrano, potrai vivere, certo non bene e soprattutto non come prima, ma non sarai costretto a sopravvivere come quei reietti che si sono permessi di ribellarsi all’inoculazione forzata. L’Orient Express è pieno zeppo, e gli omicidi si susseguono, omologati dallo Stato, e nessuno se ne cura. Non più almeno, non è così importante. E poi, anche se qualcuno volesse protestare, prima di poter arrivare al macchinista, prima che il treno si spiaccichi come un moscerino sul parabrezza, prima che quel muro di cemento armato sia inevitabile, beh, quel qualcuno dovrebbe superare non solo la coorte di strilloni preposti a sbarrargli la strada, dovrebbe anche farsi largo attraverso le pile di corpi distesi, sorridenti e morti, di chi si è fatto punturare per il bene proprio e altrui. In pratica, prima di arrivare in testa al convoglio, si dovrebbe attraversare una serie infinita di gironi danteschi stipati all’inverosimile di sordi, ciechi e ben contenti servi del sistema. No, non si tratta di perdere la speranza. Non c’è mai stata speranza, abbiamo uno Speranza, ma è proprio il fatto di averlo tra i piedi che ha ammazzato la speranza. Lui è poco prima della locomotiva, sta facendo selezione all’ingresso, designando i nuovi fuochisti -alcuni dei vecchi sono spirati nell’esercizio delle loro funzioni, come eroi del sistema che avevano lottato per proteggere- e obliterando i biglietti a chi ancora è in coda per farsi benedire. Ordinatamente assisi in paracetamolo e vigile attesa. Un po’ di zucchero e la “tachi” va giù; poi vai giù anche tu come un piombo. Ma poco importa, cedi il tuo biglietto e non creare problemi. Vigile attesa, la fila e lunga ed è necessario che gli ingorghi non si dipanino, altrimenti la gente se ne accorge che c’è qualcosa che non quadra. Calca e confusione, clima di terrore e bugie continue. Megafoni caricati a pallettoni che vomitano inchiostro puzzolente sulla gente che li ascolta. Ma, dicevo, oltre lo Speranza, che ormai non è più una persona ma un ruolo, oltre lo Speranza di turno, che potrà esser rimpiazzato da un qualunque altro Speranza Chicchessia, uno che conta come un’onda nel mare, oltre questo coacervo di occhio vitreo e parlata smozzicata, oltre a codesto esempio di fabiano virgulto di sprezzante lignaggio d’Oltremanica; alle spalle di questo fantoccio incompetente e mal pettinato, oltre alle due mutande che si porta sulla faccia, alle sue spalle chi si nasconde? Il macchinista sta fumando, guarda distratto la strada ferrata davanti a lui e sorride. Tutto come previsto. Ricapitolando: i giullari di corte ammaestrano le folle: Squealer e i suoi stanno facendo proprio un buon lavoro, non c’è che dire; i camici sono quasi tutti allineati al passo cadenzato della penna che li guida, i polli nel cortile si stanno beccando tra di loro. Tutto secondo i piani. Il macchinista fuma, tira dalla sua pipa e sorride. Non serviranno nemmeno i forni crematori stavolta, le pecore si stanno dirigendo al macello ordinate e belanti, sono salite sul treno in buon ordine, intonando canti entusiastici. “E’ un bel dittatore! Viva!”, si sente intonare da un Calboni qualunque in fondo alla fila, e tutti i Filini e i Fantozzi a fargli eco, mentre incespicano nel loro stesso sterco che rende scivolose le rampe di accesso ai vagoni merci. E cantano e starnazzano, felici e responsabili, certi che il loro sacrificio, o quello dei loro figli li renderà persone, pardon pecore, migliori, socialmente adatte a vivere nel Nuovo Mondo Ordinato che il Nuovo Ordine Mondiale si sforza di Ordinare da un po’. Ma, sarà che di questi tempi i ristoranti chiudono, e solo i Mc Donald sopravvivono, sarà che i camerieri scarseggiano, ma gli ordini e gli Ordinati faticano ancora troppo ad omologarsi in concentrici cerchi di autogoverno. Ma il macchinista fuma e sorride, sa che di questo passo, prima che la sua pipa si svuoti del tutto, saranno tutti a bordo, e lui ha già manomesso i freni; lo schianto sarà uno spettacolo da ricordare. Il macchinista non si preoccupa, è un drago, un mostro, un pozzo di intelligenza e di obbedienza. Si, perché ovviamente anche lui a qualcuno dovrà pur rispondere. E’ scaltro, ma i padroni del treno sono ben altra cosa. Lui è solo l’esecutore del piano su quel treno. Altri treni stanno compiendo lo stesso tipo di percorso, uno per Stato, e tutti devono arrivare ad abbracciare il loro muro di cemento armato. Il drago, il macchinista scaltro sta facendo il suo dovere. Non è incompetente, si comporta da stupido solo perché gli han detto di farlo. E il suo canuto superiore gli tiene su la coda mentre la locomotiva arranca verso la sua faticosa, ultima agognata meta. Le pecore a bordo belano più forte e il macchinista sa che dovrà scendere all’ultimo. Ci auguriamo tutti che ci riesca, non vorremmo mai e poi mai vederlo spiccicato come quell’inutile insetto che merita di emulare. Ad ogni modo, per ora, tutto secondo i piani. Nessuno, o quasi, si è ancora accorto di cosa stia succedendo in realtà. Le file alle punzonatrici di regime sono ancora ben folte, come le file che si snodano fuori dalle panetterie e dalle poste. Un metro socialmente accettabile divide i buoni dai cattivi, e i buoni dai buoni, tutti ineluttabilmente distanziati da una distanza invisibile che va ben oltre quei due passi che ci fanno apparire il prossimo come un miraggio sfocato sullo sfondo. Ormai il divario è incolmabile, i ciechi sono diventati anche miopi, e sordi, e vegetano in stato confusionale abbuffandosi di telegiornali e statistiche contagiose. I tamponati, persi nel loro limbo di non esistenza, né salvi sé reietti, solo costretti a farsi infilare nel naso quella fastidiosa spada di cartone per sentirsi sani, anche se lo sono a tutti gli effetti nonostante si provi in ogni momento a dimostrare il contrario, provano a vivere una vita di mera sopravvivenza, ai margini di un sistema che li guarda con diffidenza e tenta in ogni modo di metterli fuori legge. La tutela della propria salute, l’inviolabilità del corpo, le leggi tanto dolorosamente conquistate dopo Norimberga sembrano chiacchiere da bar; tanto stantie quanto inconsistenti. Esiste solo la salute pubblica, questo ectoplasma verde palude che rischia di imputridire da un momento all’altro. E la colpa di questa marcescenza programmata è ovviamente di quelli che osservano lo stagno, non certo di quelli che scaricano camionate di liquame in esso. Da sempre, lo sanno anche i bambini, i sani sono pericolosi portatori di sanità, e la Sanità deve pur far qualcosa per combattere la loro refrattarietà alle cure. O tutti benedetti dal siero o tutti accoppati, era dalle parti del Piave che cent’anni fa si era scritto qualcosa del genere. O tutti punturati o tutti morti per colpa di chi non lo è. Chiaro come il sole. E le pecore ci credono, e gli strilloni gridano ancora più forte, lo Speranza oblitera idiozia e il Macchinista fuma e sorride. Dopo due anni di psicopandemia il mondo dovrebbe esser ridotto a poco più che una landa desolata, un deserto post-atomico abitato solo da mendicanti e capre. Le capre ci sono, ma camminano ancora su due zampe, e i mendicanti pure, e quelli crescono di numero ogni giorno che passa. Ma l’Umanità è sopravvissuta, in un modo o nell’altro non siamo tutti crepati, punturati o no, chessenedica. Non ci ha spazzato via la Peste quando il rimedio più in voga era un salasso abbinato allo sterco di gallina, l’influenza suina non ci ha fatto spuntare la coda a cavaturaccioli, e l’aviaria non ci ha fatto starnazzare come polli, almeno non tutti. Neppure l’ebola, che fa scoppiare gli organi interni come palloncini, o il colera che ti strizza come una spugna hanno scalfito la spinta vitale del genere umano. E dovrebbe farlo un’influenza dalla scarsa letalità? Difficile crederlo, anche se non impossibile. Basta guardarsi intorno e contare quanti bipedi intontiti vagano intrappolati con una o più pezzuole sulla faccia. Magari da soli in macchina, o da soli a spasso in vie semi deserte. Un’orda di neuroni sterilizzati e riplasmati, che coabitano nelle teste di segatura di chi ascolta solo la scatola chiacchierona che tengono in cucina, in salotto, in camera, in bagno. Perché non si può stare senza stillicidio di dati e di morti, non si può chiudere per nessuna ragione al mondo la finestra sullo sdegno collettivo, non si può zittire chi ti istiga ogni giorno a divenire delatore, membro attivo della caccia alle nuove streghe. Come riconoscere i cappellacci a punta di queste moderne megere, come annusare la loro pelle non marchiata anche a miglia di distanza, come intravedere nelle loro pupille la paura e l’emarginazione? Come fare senza gli schermi a settanta pollici che spiegano quanto la situazione sia critica, il mondo in sofferenza e gli ospedali allo spasmo. Il macchinista ride, e ha appena ricaricato la sua pipa con una presa di umor di popolo. E’ quello il suo tabacco, la cenere che se ne produce è quella che alimenta la caldaia del treno che conduce. Il fischio del vapore si leva nell’aria in tonalità minore, il suono dell’accordo stridente della locomotiva che sferraglia ha passato l’ultima stazione. E’ una stazione verde, strabordante di persone che si schiacciano a vicenda pur di esser le prime a mostrare al controllore la loro omologazione regimentale. Si sente ancora qualche vago inneggiare alla bellezza del dittatore, ma sono grida sempre più flebili, e lontane. Anche i migliori stanno cedendo alla stanchezza. Ma torniamo a noi, al gregge che si accalca, ansioso di mostrare il cartellino che porta all’orecchio. E’ un cartellino verde, puntinato di quadratini bianchi e neri, personale, talmente personale che va rinnovato con cadenza trimestrale. Sempre che non si sia già raggiunta la quota minima di obliterazioni che lo rendono perpetuo. – Ma come? -, borbottano le pecore più attente, – non era per sei mesi? -. – No!, un anno! -, sbotta il montone che si liscia il vello a poca distanza. – Miscredente!, tre mesi, una luna e quattro balzelli! – è la lapidaria sentenza del capro più informato della compagnia. Qualche strepitio sordo inneggia con frasi cariche di passione. – E’ per il nostro bene!… E’ una misura sanitaria!… A me due!… Voglio esser bucherellato come una fetta di groviera!… – E altri, e altri stridii si levano dalla marmaglia lanosa che affolla quest’ultima stazione. Una volta che tutti sono stati imbellettati, scansionati e abilitati a proseguire, vengono fatti salire a forza sul prossimo treno. Qualcuno non ce l’ha fatta, ovviamente i martiri devono esistere per contratto in ogni situazione, e certo questa non fa eccezione. Chi alla prima, che alla seconda, chi alla terza stilettata di siero, qualcuno ha ceduto. E’ stramazzato al suolo, le arterie secche e scoppiate, le vene ostruite, i cuori che hanno ballato la loro ultima aritmia sghemba. Poco importa, il gregge li calpesta e procede, insensibile ed empaticamente coevo nel percepire solo la salvezza di gruppo. E io che credevo che i balli di gruppo fossero finiti vent’anni fa con la Macarena e sopravvivessero solo nei resort turistici, custoditi dagli sciamani dell’intrattenimento di massa. Mi illudevo, ovviamente, questo ballo, questa frenesia cannibale da piranha ha stregato un po’ tutti e sembra che non sia così facile da curare. “Il dolore degli altri è dolore a metà”, cantava il più famoso dei bardi liguri cinquant’anni scarsi or sono, ma all’attuale la situazione è decisamente meno rosea. Il dolore degli altri è giustificabile, accettabile, indispensabile per la salute collettiva. E a quest’ultima stazione si è palesato quanto il dolore sia diventato un argomento superato e totalmente da evitare. L’empatia ha tirato le cuoia e giace fianco a fianco ai caduti da siero. Le vittime sacrificali si sono immolate per la res pubblica. L’acciuga si è immolata per il branco. E non gliene frega niente a nessuno. Una volta che si ha il cartellino verde all’orecchio e che si è saliti sul treno la panacea galoppa sulle sferraglianti rotaie del treno della salvezza. Per ogni capo di bestiame che sale il Macchinista agita il cappello in segno di saluto, e fischietta il suo allegro motivetto. “Il siero rende liberi”, mi pare si chiami così. E il biglietto verde permette di accedere all’estrazione dell’ultima lotteria. Che pacchia esser stipati in questi vagoni. Non serve nemmeno più passare il confine, non serve nemmeno visitare la fredda Alemagna per esser felici. La fine risanatrice e livellatrice è ad una siringa di distanza. Tre, nel migliore dei casi. Il Bel Paese tanto non se ne accorge, non capisce cosa stia succedendo. Conta solo che non gli venga negato il diritto di veder giocare i suoi undici mentecatti beniamini milionari che ogni domenica corrono dietro ad un pallone, basta che non gli si vieti di poter uscire una volta di più a cena, basta – Dio non voglia – che non si possa andare in vacanza. Tutto pur di avere quel meritato attimo di svago, tutto pur di tornare a questa scialba copia della normalità che conoscevamo fino ad un paio di anni fa. Anestetizzati, rimbecilliti, punturati ed europeizzati; ecco la ricetta perfetta voluta dal Macchinista e dai suoi sgherri. Poi, dal canto suo, come non lodare anche il senile abitante del Colle: ha recitato bene il suo ruolo, ha fatto finta di mollare, poi ha fatto il prezioso e si è fatto desiderare, esattamente come una donna di malaffare invitata al debutto in società. Infine, meraviglia delle meraviglie, è risalito sul carrozzone tra gli applausi generali, osannato da tutte le angolazioni e unto dalla saliva di ogni lingua che gli ha pulito le scarpe e il deretano. Il canuto dall’occhio ceruleo e la zeppola arrembante sarà ancora una volta il capostazione che darà via libera al macchinista per l’ultima tratta del viaggio. Questa volta sarà davvero l’ultima, a quanto si dice nei bassifondi del regime. Lo scopo è stato quasi raggiunto. La costituzione è carta igienica, i diritti solo parole e gli schiavi incapaci di reagire. Tutto fa pensare che le teste non si solleveranno mai più dopo l’ultima scarica dei fucilieri. Le piazze dei dissidenti sono fatte tacere e manganellate, bollate come pericolose oasi di pensiero libero, e dannosamente non omologato. I pochi che resistono sono zittiti e ridicolizzati, isolati e abbandonati, ma il loro moto sotterraneo è brace che arde sotto la cenere; pronto a riprender vita al minimo alito di vento. Che sia proprio questo l’errore dei Consoli, che sia questo sottovalutare il piccolo Davide che abbia segnato la fine di Golia? Staremo a vedere, il tempo è un giudice paziente, l’unico che non ha fretta di scoprire come andrà a finire la questione. Nel frattempo le nubi minacciose che rovesciano sull’Italia tonnellate di gocce di veleno oscurano la visuale sul resto del mondo. Il buon atlantismo educato si sta prodigando per punzecchiare il perfido slavo russo. Con la solita scusa della prevenzione, la stessa che costringe qualcuno a siringarsi per un male risibile, sta ammassando ai confini dei cosacchi i loro giocattoli di latta e le varie scatolette di carne umana preposta alla difesa, o come la intendono nei loro piani, all’invasione preventiva volta alla più strenua difesa. Non si può negare che la strenua ottusità a stelle e strisce sia priva di volontà e coerenza. L’accanirsi contro il lato cosacco è a dir poco commovente, oltre che del tutto politicamente educato. I più attenti, anche se viaggiano sul treno belante della psicopandemia, potrebbero essersi accorti che questo antibolscevismo congenito, figlio di quella guerra fredda fomentata e voluta per lo più dai “buoni” yankee, sta spostando l’asse di alleanze sempre più verso il polo asiatico. Il dragone rosso cinese sta amoreggiando con il lupo siberiano, e la loro vicinanza sta creando un mostriciattolo spaventoso, una agglomerato umano da un miliardo e mezzo di teste, una cospicua massa di individui che pesano non poco sulla bilancia della geopolitica. E se la cosa sembra non voluta, irresponsabile, e del tutto insensata, non si è abbastanza consci di come girino gli ingranaggi nella alte sfere di comando. Tutto questo spostamento di potenziale dall’asse europeo-atlantico a quello russo-cinese è una destabilizzazione bella e buona del fulcro su cui si reggono gli scricchiolanti equilibri attuali. E pensare che sia casuale è un ingenuo atto di buona fede. Non è certo frutto della brillante mente del vecchio e macilento Joe, che si limita cadere dalla scaletta dell’Air Force One, come a voler ribadire quanto il suo ruolo sia più simile a quello di un pagliaccio che a quello del capo della più illustre superpotenza del Mondo Libero e Civilizzato; ma è comunque indice che qualcuno, dal lato giudaico-atlantico del pensiero sta lavorando alacremente per punzecchiare il cattivo Vladimir, che, quando risponderà alle continue spintarelle di questi bulli da quattro soldi, oltre ad avere ogni ragione per farlo, non andrà certo per il sottile nel rimarcare che “Santa Madre Russia” non si può provocare impunemente. E che sorpresa sarà, se spunteranno testate a fungo un po’ ovunque, nessuno potrebbe mai aspettarsi una reazione del genere. Tanto più che i buoni, gli yankee, sono anni che stipano un po’ ovunque i loro missili balistici pronti ad esser lanciati verso la Piazza Rossa. Da Vicenza alla Turchia, sono diversi i siti preposti alla difesa preventiva dall’invasore sovietico. Poco importa che a stuzzicar il can che dorme tutti sappiano come andrà a finire. Ed è proprio perché i buoni sono consci di come andrà a finire che ci sia poco da star allegri. Il carrozzone mediatico di disinformazione lavora alacremente da molti mesi per screditare una parte e nobilitare l’altra. Per esempio si fa di una mezza canaglia come Aleksej Naval’nyj un eroe assoluto, un combattente per la Verità, un martire del regime sovietico; mentre, dall’altra parte della barricata si demonizza un Assange, reo di aver voluto rendere noti i molti buchi narrativi della favola mainstream. Due pesi, molte misure, ma tutte volte senza ombra di dubbio alla destabilizzazione del pensiero, e al soffocamento del vero. Altro esempio recente è stato l’Afghanistan, vera chiave di volta della stabilità internazionale del blocco euroasiatico e fornitore principale di oppio per i colossi dell’industria farmaceutica a stelle e strisce. La precipitosa fuga americana sembrava più una rotta generale che un improvviso ripensamento sulle strategie di politica estera, peraltro il tutto mal orchestrato e ancor peggio organizzato, come a voler coprire qualcosa di più grosso e scomodo. Infatti tutta la manfrina dei talebani che riconquistavano chilometri al giorno, che seviziavano, sparavano, bruciavano e facevano terra bruciata è durata meno del previsto. Giusto il tempo di far arrivare qualche tonnellata di profughi dal confine, poi tutto si è spento ed è tornato nel dimenticatoio, pronto ad esser nuovamente rimpiazzato dal tritatutto pandemico, che tutto assorbe e monopolizza. Da mesi non se ne sa più nulla, l’attenzione dell’opinione pubblica è nuovamente catalizzata su temi più – è il caso di dirlo – contagiosi. Al palesarsi della settantesima variante della centoventitreesima protovariante chi si interessa ancora di un problema nato e morto mesi fa? Ovvio, nessuno, soprattutto se la televisione e i suoi stolti fratelli medidatici si dimenticano di aggiornarci sulla situazione, preferendo il solito bollettino infernale di morti, contagiati e sporchi antivaccinisti senza scrupoli. Tralascio, per totale mancanza di voglia, il discorso sulla liceità del trattamento o sulle molteplici conseguenze cui questi sieri miracolosi obbligano il corpo umano, ne è ben pieno internet per chi abbia voglia di cercare, ma ci tengo a sottolineare solo l’estrema conseguenza che tutto questo turbine di follia collettiva ci ha costretto a sopportare. Siamo passivi a tal punto agli stimoli esterni che tutto scivola quasi senza lasciare traccia, tutto si somma per ribollire in quel gran calderone mediatico che cuoce e disgrega le notizie a suo piacimento. Il nostro orizzonte è volutamente tenuto basso da chi punta solo a confondere le idee e ha come unico scopo quello di creare due categorie di persone, pronte a darsi battaglia nel nome di un ideale a forma di siringa e siero. Il quadro generale, ben più ampio e variopinto, sfugge del tutto a chi si perde nei bollettini di guerra che ci obbligano a confinarci in casa, schiavi delle nostre paure e del rischio di contagio. Se ogni persona prendesse a calci un virologo da salotto televisivo, e lo obbligasse a mangiarsi la mascherina cui ci ha costretto per due anni, servirebbero più o meno ventiquattr’ore al mondo per tornare in libertà e purgarsi finalmente da questa feccia pseudo-scientifica che ci ha seppellito coscienza e istinto. Confido solo che la sveglia non tardi troppo a suonare, e che ci sia ancora speranza per la massa di dormienti in attesa di risveglio, e che questo non coincida con il ritrovarci tutti proiettati in una guerra, questa volta reale, da cui non potremmo più sottrarci.

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